Nullificazione in Dio

Questo è un concetto nuovo per me e devo fare una necessaria premessa. Io non sono un teologo ma un uomo di cultura limitata, non ho letto libri di teologia, conosco in modo approssimativo alcune parti della Bibbia e altre quasi le ignoro, sono praticamente all’oscuro delle riflessioni e degli indirizzi  di spiritualità all’interno della Chiesa cattolica. Temo quindi, per tutti questi motivi e per i miei limiti di rettitudine morale, di scrivere cose sbagliate, non rispondenti integralmente alla verità cristiana, in conflitto con la fede e la morale che pure professo. Eppure … forte è la tentazione di esporre queste idee. Chi legge è avvertito della povertà di chi scrive e della necessità assoluta di verificare quanto ci sia di accettabile e quanto sia invece da respingere, attraverso un attento esame alla luce dell’insegnamento della Chiesa nostra Madre.

Premesso questo, vengo a ciò che ho intuito da tempo, e di cui ho avuto maggiore consapevolezza da qualche giorno. Anzitutto un’altra considerazione si rende necessaria: non siamo tutti uguali e nemmeno le nostre anime sono uguali. Ecco perché nei secoli, nei vari popoli e anche all’interno di una comunità cristiana sussistono, e devono sussistere, diverse sensibilità, diverse esperienze passate, diversi caratteri personali e scelte e sottolineature spirituali e doni di Dio, e tutto proviene dallo Spirito Santo, a condizione che sia conforme alla Verità in cui crediamo. La Chiesa ha appunto il compito di valutare e giudicare come retta o non retta quella meditazione, quella posizione, quell’intuizione riguardante fede e morale. Consideriamo ad esempio i Santi. Non tutti erano martiri, ed anche fra i martiri vi erano enormi differenze. Non tutti assistevano i malati o i poveri, non tutti erano sacerdoti o vescovi, o suore, o fondatrici di ordini religiosi, o umili fraticelli, o monaci  in un convento di clausura. Papi e nobili, artigiani e contadini, teologi e soldati, medici e missionari, re e regine, genitori e vergini, giovani e vecchi, ricchi e affamati, geniali e d’intelligenza limitata, di salute robusta o afflitti da gravi malattie … Ecco quindi che anch’io, con la necessaria umiltà che dev’essere alla base di ogni nostro gesto, mi permetto di esporre approssimativamente quello che ho nel cuore, cioè la mia strada per avvicinarmi sempre più alla nostra meta comune: il regno di Dio. Un percorso spirituale tutto mio, spero valido come quello di ognuno di voi, e così tutti ci ritroveremo insieme per sempre dove Dio sarà tutto in tutti, percorrendo un cammino che non sarà identico a quello di nessun’altro. La Chiesa, come sappiamo, è un unico corpo formato da tante membra diverse, il corpo mistico di Cristo. E si comprende perché Dio sarà tutto in tutti: il corpo è unico.

Leggiamo insieme l’incontro di Mosè con Dio, sul monte santo chiamato Oreb.

Eso 3,1 Ora Mosè stava pascolando il gregge di Ietro, suo suocero, sacerdote di Madian, e condusse il bestiame oltre il deserto e arrivò al monte di Dio, l’Oreb.

Eso 3,2 L’angelo del Signore gli apparve in una fiamma di fuoco in mezzo a un roveto. Egli guardò ed ecco: il roveto ardeva nel fuoco, ma quel roveto non si consumava.

Eso 3,3 Mosè pensò: “Voglio avvicinarmi a vedere questo grande spettacolo: perché il roveto non brucia?”.

Eso 3,4 Il Signore vide che si era avvicinato per vedere e Dio lo chiamò dal roveto e disse: “Mosè, Mosè!”. Rispose: “Eccomi!”.

Eso 3,5 Riprese: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi, perché il luogo sul quale tu stai è una terra santa!”.

Eso 3,6 E disse: “Io sono il Dio di tuo padre, il Dio di Abramo, il Dio di Isacco, il Dio di Giacobbe”. Mosè allora si velò il viso, perché aveva paura di guardare verso Dio.

Ecco che cosa significa  il timor di Dio, uno dei sette doni dello Spirito Santo: “Non avvicinarti! Togliti i sandali dai piedi … ” E Mosè si vela il viso, per paura di guardare Dio. Lui, una misera creatura, un nulla, davanti al suo Creatore e Signore. Prima di lui, secondo la verità biblica, altri nullificati fra i quali emergono Noè, Lot e soprattutto il grande padre Abramo. Abramo viene ricompensato con straordinarie promesse perché ha anteposto sempre la volontà di Dio alla propria. Qualunque ordine, per quanto umanamente incomprensibile, era un ordine divino e pertanto doveva essere eseguito. Volontà, sentimento, pensiero umano non sono nemmeno lontanamente paragonabili alla grandezza infinita di Colui che ci ha creati. Perfino quando Dio ci mette alla prova, dobbiamo come Abramo non dimenticare la nostra nullità e mai ribellarci a Lui, come fecero Adamo ed Eva. Abramo ci mostra che pur nella debolezza conseguente al peccato originale, abbiamo la volontà libera di scegliere tra il bene, cioè Dio, e il male, cioè la nostra presunzione, quella che Satana dipinge d’oro e di pietre preziose, come il successo e la bellezza, o il denaro, o perfino l’arte, ma che resta e resterà sempre vuota e priva di valore.

Giobbe è un altro esempio di fedeltà in mezzo alle prove più terribili, e pur essendo colpito perfino con una malattia, non perde la sua fede ma s’interroga drammaticamente sul significato del dolore umano, che risulta incomprensibile quando viene colpito un giusto e non un peccatore. Alcuni saggi dialogano con lui  e uno di loro pronuncia la seguente riflessione.

«4Come può essere giusto un uomo davanti a Dio

e come può essere puro un nato da donna?

5Ecco, la luna stessa manca di chiarore

e le stelle non sono pure ai suoi occhi:

6tanto meno l’uomo, che è un verme,

l’essere umano, che è una larva».

( dal libro di Giobbe, cap. 25)

Certo, diciamo la verità, non fa piacere quasi a nessuno sentirsi chiamare “verme” oppure “larva”! Anzi ovunque c’è un coro assordante che urla in continuazione, anche nella Chiesa: “l’uomo sa, conosce, studia col suo intelletto la natura e se stesso, l’uomo è un artista sublime, l’uomo e la donna sono esseri bellissimi, all’apice dell’universo, la natura umana è al culmine della creazione, ad immagine di Dio”. Eppure Gesù stesso ha detto che siamo “servi inutili”:

Luc 17,7 Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola?

Luc 17,8 Non gli dirà piuttosto: Preparami da mangiare, rimboccati la veste e servimi, finché io abbia mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai anche tu?

Luc 17,9 Si riterrà obbligato verso il suo servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti?

Luc 17,10 Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”.

E ha detto che dovevamo somigliare a Lui, “mite e umile di cuore”. Il percorso della sua vita, come ben sappiamo, non è stato un’ascesa continua verso la potenza, l’onore, il prestigio, la ricchezza, la gloria, la vittoria, ma ha avuto il suo epilogo terribile con la sconfitta umana, apparentemente definitiva, su un monte detto Golgota. Allora, è vero che siamo preziosi agli occhi del Padre, che veniamo nutriti come passeri e vestiti come gigli, che non siamo mai dimenticati e che non dobbiamo mai temere il futuro, che i nostri peccati vengono perdonati. Ma non è l’unica realtà.

Io mi sento un nulla. Che ci posso fare, sarà una mia fissazione? Davanti al Creatore del cielo e della terra, come potrei sentirmi? Come potrebbero sentirsi gli angeli, i santi, perfino la Madonna? C’è un abisso infinito fra Dio e le sue creature, fra l’Essere e gli esseri. Da miliardi di anni, dicono gli scienziati, che si autodefiniscono i sapienti contemporanei, da miliardi di anni dicevo, il mondo in cui viviamo gira intorno al sole. Ma che sono i miliardi di anni? Abbiamo una minima esperienza di un tempo così lungo? E della distanza che ci separa dal sole, abbiamo una minima idea? Come non capire che, al di là dei freddi numeri astratti, tempo e spazio così grandi non ci appartengono, ci sono totalmente estranei e che questa estraneità cerchiamo di nasconderla e di negarla dietro le teorie scientifiche? Non sono nulla di reale, non è conoscenza scientifica quella! Conosciamo veramente quello che accade ora e qui, e nemmeno del tutto. Quali saranno le leggi fisiche di un’altra galassia? Ciò che è scritto sui nostri libri scientifici valeva anche nel passato remotissimo, quando si formavano il sole e i pianeti? E se così non fosse? La cosiddetta scienza delle teorie è una grande mistificazione, capace di nascondere alla gente il tradimento sostanziale del metodo scientifico, che dovrebbe essere controllabile e riproducibile, ci pensate? Tornare indietro con gli strumenti a vedere se le costanti fisiche, se le leggi che conosciamo erano valide anche allora, quando si formava il sistema solare … una pazzia! E non c’è nessuno che ammette da vero scienziato: “non so com’era l’universo allora”. Veramente la scienza così intesa è solo un gigantesco amplificatore della smisurata e ridicola superbia umana. E la stragrande maggioranza di noi ci crede, coccolata dall’illusione di onnipotenza conoscitiva data dalla falsa scienza.

Quella strada perversa io l’ho percorsa un tempo, suggestionato dai canti delle sirene delle formule e dei calcoli, degli esperimenti, della genialità umana, del cosiddetto progresso. Ma ora ho capito sempre più di essere un nulla, non solo io ma l’umanità intera, e l’intero universo creato. Nemmeno esistiamo per virtù nostra, ma solo in quanto Dio ci fa sussistere, quindi la vita non ci appartiene. Gli anni passati con i loro ricordi, le loro speranze, i sentimenti lontani e quelli vicini, le nostre intuizioni, i ragionamenti e le varie espressioni più o meno artistiche, il lavoro come il divertimento, le imprese riuscite come i fallimenti, le realizzazioni più varie, perfino l’amore, che è il respiro della nostra anima, che cosa sono tutte queste cose di fronte a Dio? Nulla!

Sappiamo che secoli fa, in oriente, un principe deluso e ferito dalle passioni si ritirò in meditazione. Credette di scoprire una filosofia, o sistema di vita, che assicurasse la felicità agli uomini: il rifiuto delle passioni, dei sentimenti, del coinvolgimento umano che, secondo lui, provoca solo affanno e tristezza. Molti milioni di uomini e donne lo seguirono, e lo seguono ancora oggi facendo di quella filosofia una specie di religione: sono i buddisti. Mi riferisco a loro per chiarire meglio quello che sento io. Loro cercano un’allontanamento dai desideri, ma solo per giungere al vuoto, al nulla. Hanno ragione in parte a rifiutare gli istinti e le passioni che generano fissazioni, odio, rivalità, distruzione e negazione della nostra purezza originaria, quella che si può vedere nel volto di un neonato. Hanno assolutamente torto, invece, a concepire la vita umana in cammino verso una purificazione dalle passioni, che la porta infine verso il vuoto, la negazione di sè, l’indifferenza. E non cambierebbe niente se il cammino si compisse attraverso la reicarnazione in numerose vite, come ipotizzano gli orientali, perché il traguardo sarebbe il nirvana, cioè il superamento delle passioni per “merito” della propria meditazione. Quella non sarebbe la felicità, ma il nulla, e inoltre questa presunta felicità sarebbe raggiunta solo con le forze umane, escludendo del tutto l’opera di Dio, anzi negando di fatto la sua stessa esistenza. Invece essere nullificato, per un cristiano, non significa certamente andare verso il nulla, anzi!

Insisto, noi siamo nulla e ne dobbiamo essere consapevoli, altrimenti non entreremo in Paradiso. Dio vuole che lo ricordiamo sempre, specialmente quando preghiamo, quando ci accostiamo ai Sacramenti, quando leggiamo la Bibbia.

Gen 3,19 “Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da

essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai!”.

(maledizione dopo il peccato originale)

Gen 18,27 Abramo riprese e disse: “Vedi come ardisco parlare al mio Signore, io che sono

polvere e cenere…”

(preghiera in favore degli abitanti innocenti di Sodoma)

Leggiamo il discorso della montagna, chi sono i beati? Apriamo il Vangelo secondo Matteo, capitolo 5.

Beati i poveri in spirito … Beati quelli che sono nel pianto … Beati i miti … Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia … Beati i misericordiosi … Beati i puri di cuore … Beati gli operatori di pace … Beati i perseguitati per la giustizia …Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo,diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia …

A me sembra che i beati sono quelli che si rimpiccioliscono, per così dire, quelli che non salgono ma scendono i gradini della società, quelli che si impegnano per far prevalere il bene, senza spaventarsi e accettando anche la persecuzione. La loro strada io la definisco di “nullificazione in Dio”. Siamo nulla e dobbiamo sempre più nella vita sentirci nulla, ma non per andare verso il vuoto! Questo nulla lo porteremo a Dio, che è l’esatto contrario del nulla, è il tutto! Anche il Vangelo secondo Giovanni usa la parola “nulla” affermando che, staccati da Dio, secchiamo e saremo, a tempo debito, gettati all’Inferno.

Gio 15,5  Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me e io in lui, fa molto frutto,

perché senza di me non potete far nulla.

Gio 15,6  Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e si secca, e poi lo

raccolgono e lo gettano nel fuoco e lo bruciano.

E basta aver paura di usare questo concetto della punizione eterna! Queste sono parole di Gesù. Vogliamo vergognarci di ripetere le sue parole, per non infastidire l’umanità di oggi che rifiuta l’idea dell’Inferno? Se è così, ci vergogniamo di Dio e Dio si vergognerà di noi. Nel brano seguente c’è l’essenza di quello che voglio dire: il rinnegamento di sè, la perdita della vita, la fede nella Rivelazione.

Mar 8,34  Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire

dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua.

Mar 8,35  Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria

vita per causa mia e del vangelo, la salverà.

Mar 8,36  Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria

anima?

Mar 8,37  E che cosa potrebbe mai dare un uomo in cambio della propria anima?

Mar 8,38  Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e

peccatrice, anche il Figlio dell’uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella

gloria del Padre suo con gli angeli santi”.

Gesù ci chiede di accettare la nostra polvere e la nostra nullità, di rinunciare al carattere e alla mentalità che sono il cuore di noi stessi e, secondo noi, ci contraddistinguono da ogni altro essere umano. Tutto ciò che siamo, però, ha un valore relativo, e non è vero che in Paradiso resteremo attaccati al nostro essere così come lo conosciamo attualmente, perché solo Dio ci conosce davvero, in modo autentico. Ciò che farà di noi trascende assolutamente il nostro pensiero, e come potrebbe essere altrimenti? Non ci farà diventare, io credo, qualcosa di estraneo a noi, no, ma c’immergerà nell’essenza più vera di noi, quella che compendia l’arco della nostra esistenza, dalla nascita alla morte, senza limitarsi alla nostra personalità attuale, senza rinnegare le più intime emozioni, aspirazioni, desideri, speranze, capacità, entusiasmi, pensieri che hanno costellato la nostra esistenza e che credevamo perduti per sempre, anzi che nemmeno ricordiamo …

Che cos’è la memoria? Una parte importante di quello che siamo, o crediamo di essere. Lì vi sono i punti di riferimento della nostra personalità, che viene man mano strutturata proprio attraverso gli episodi della vita che restano nella memoria. Così in apparenza, tutto crediamo di conoscere di noi stessi, anche in relazione ai ricordi. Ma c’era un grande filosofo ben noto, che diceva ai concittadini dell’antica Grecia: “Conosci te stesso!” Quanto aveva ragione, e quanto è sempre attuale la sua riflessione! A lui non piaceva evidentemente la superficialità, quella che impera oggi, lui voleva sottolineare la necessità d’impegnarci a scoprire l’intimo di noi stessi, ma per farlo ci vuole tempo, non si può correre dalla mattina alla sera in un affanno continuo e insensato, vuoto di significato, com’è la vita della gente comune in questa civiltà malata. Il filosofo però sbagliava: non siamo in grado di conoscerci veramente e completamente, però dobbiamo cercare di andare in profondità in noi stessi, cercare la verità di chi siamo senza mascherare nulla, per quanto possiamo e con tutti i nostri limiti. Solo Dio ci conosce davvero, e come dubitarne? Facciamo una semplice prova: pensiamo all’anno passato e prendiamo un foglio, su cui scriveremo quello che ricordiamo di quello che abbiamo fatto, o veduto, i pensieri, le emozioni e così via. Quante righe avremo scritto? Una pagina, due? E quanti giorni ci sono in un anno? Ma forse la prova è stata troppo difficile, allora pensiamo al mese passato, quello lo ricorderemo meglio, oppure no? Anche in quel caso, penso che le righe scritte saranno poche. Quante ore abbiamo vissuto da svegli in un mese? Possibile che quasi tutto sia miseramente andato perduto? E siamo certi che restano nella memoria solo le cose più importanti, o piuttosto è vero esattamente il contrario? Quanto di quel che ci è successo lo dimentichiamo, magari inconsapevolmente, solo perché non ci fa comodo ricordarlo, oppure siamo semplicemente suggestionati dai fatti più banali ma più appariscenti? Come dicevo, la memoria è una delle componenti più importanti della nostra essenza, eppure essa ci sfugge quasi del tutto di mano, come la sabbia esce dalle dita chiuse a pugno, nonostante ogni sforzo per trattenerla.

Elogio della nullificazione. Si dice comunemente che frati e suore prendano i voti dopo una forte delusione sentimentale. Sarà vero? Comunque sia, si può affermare in generale che un essere umano si allontana dalla “vita mondana” perché ne è deluso, perché ha la consapevolezza che quella non sia la strada per la sua felicità, ma solo un’illusione, una falsificazione, una misera parodia di essa. In fondo la “vocazione” alla vita consacrata implica anche la svalutazione di ogni alternativa ad essa. Ma il mondo non capisce e guarda ai voti come ad una prigione volontaria. Povertà, castità, obbedienza, quante rinunce, quante limitazioni alla libertà, alla realizzazione di se stessi, al legittimo desiderio di correre con gioia sulla strada avventurosa della vita umana! O no? Io credo che chi sceglie liberamente la vita consacrata vada in direzione della nullificazione di sè, per giungere un giorno “nullificato” davanti a Dio. Anche San Francesco, negli ultimi anni della sua vita, dopo aver percorso tanta strada verso la propria povertà ed essersi spogliato di tutto, dopo predicazioni e viaggi missionari, sentì il bisogno di entrare in un eremo. Finché siamo insieme, con più facilità ci illudiamo di essere importanti, o perlomeno abbiamo la soddisfazione di essere ascoltati, magari rimproverati, forse derisi a volte, ma altre volte ammirati per qualcosa, all’interno di quel gruppo, di quella comunità, di quella classe, di quel luogo di lavoro, di quella famiglia. Gli eremiti, invece, vanno nella direzione opposta, essi nella solitudine si sentono piccoli e spogliati di tutto, poveri esternamente e internamente, e la penitenza insieme alla povertà diventano l’humus per far germogliare il seme di Dio. Però, attualmente, l’annullamento di sè sembra un concetto vuoto di significato, un’esasperazione derivata da concetti medievali, un fanatismo di nostalgici con un’attrazione morbosa verso pratiche di penitenza estrema, come i penitenti che nel Medioevo percorrevano le strade flagellandosi. Ebbene diciamolo! Tanti secoli fa, i cristiani avevano un concetto di Dio più vero di quello odierno, sapevano bene che lui era il Signore e noi le sue creature, e che l’abisso fra Dio e noi era infinito. E capivano meglio di noi il peso del peccato, il suo orrore in quanto rottura del patto di alleanza che il Signore aveva concesso ai suoi servi, elevandoli dal loro nulla per farli divenire figli adottivi.

Leggiamo parole molto veritiere, che la società odierna ignora del tutto, salvo poi a sentire un intimo, incomprensibile vuoto nell’anima. Per me sono uno dei vertici della saggezza biblica.

Qoe 1,2 Vanità delle vanità, dice Qoèlet, vanità delle vanità, tutto è vanità.

Qoe 1,3 Quale utilità ricava l’uomo da tutto l’affanno per cui fatica sotto il sole?

Qoe 2,11 Ho considerato tutte le opere fatte dalle mie mani e tutta la fatica che avevo durato a farle: ecco, tutto mi è apparso vanità e un inseguire il vento: non c’è alcun vantaggio sotto il sole.

Ecco l’essenza di quello che voglio dire: troppo disinvoltamente, troppo superficialmente e stoltamente noi siamo tentati di ignorare lo “scalino” del nulla, per superbia vogliamo saltarlo e relegarlo al passato, ad una concezione da Vecchio Testamento in cui Dio puniva, mentre invece dopo Gesù è arrivata l’era del perdono, della riconciliazione, del popolo nuovo dei figli di Dio. Dunque uno scalino vecchio e superato nelle scala che porta al cielo? A me sembra vero proprio il contrario: in un certo senso la nullificazione è la “roccia” su cui deve fondarsi la nostra casa spirituale. Leggiamo il Vangelo.

Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le

mette in pratica, è simile a un uomo saggio

che ha costruito la sua casa sulla roccia.

Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono

i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa

non cadde, perché era fondata sopra la roccia.

Chiunque ascolta queste mie parole e non le

mette in pratica, è simile a un uomo stolto che ha

costruito la sua casa sulla sabbia.

Cadde la pioggia, strariparono i fiumi, soffiarono

i venti e si abbatterono su quella casa,

ed essa cadde, e la sua rovina fu grande.

(Matteo cap. 7, 24 – 27)

La “sabbia” della sciocca presunzione, la pretesa di essere depositari della verità, della giustizia, della virtù, della santità, questa sabbia nascosta sotto le fondamenta della nostra casa, non può portare che alla rovina. Ecco, io credo che la consapevolezza di essere niente davanti al Creatore e Salvatore, costituisca il primo, o uno dei primi scalini su cui poggiare i nostri piedi spirituali, per poi salire verso la dimensione grande e misteriosa dell’avvicinamento al Regno dei cieli. Se non riusciamo nel profondo della nostra anima a vivere la tappa della nullificazione, non arriveremo mai al traguardo della nostra corsa, quello di diventare veri figli di Dio, trasfigurati dal sacrificio dell’Agnello. Dobbiamo morire a noi stessi e lasciarci seppellire nel sepolcro come Gesù, per essere associati alla sua Risurrezione e quindi vivere per sempre accanto al Salvatore.

Cristo Gesù, pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio; ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini; apparso in forma umana, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e alla morte di croce. Per questo Dio l’ha esaltato e gli ha dato il nome che è al di sopra di ogni altro nome; perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra; e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre.

(S. Paolo, lettera ai Filippesi, cap. 2, 5 – 11)

Nullificatori o nullificati? Nella nostra società s’incontrano molto spesso i “nullificatori”. Chi sono? Ne esistono di due tipi, anche se il primo tipo credo sia di gran lunga predominante, e questo inizio a presentare. Per lui, o per lei, i nemici che incontra nella strada della vita devono essere annientati senza pietà. Ognuno ha dei nemici. Moltissime volte nell’Antico Testamento, ad esempio nei Salmi, possiamo leggere l’espressione “i miei nemici” o simili. Ma la preghiera è rivolta a Dio, a Lui è chiesta la sconfitta del nemico che agisce contro il giusto. Ecco alcuni esempi fra tanti.

4]Invoco il Signore, degno di lode, e sarò salvato dai miei nemici. …

[17]Stese la mano dall’alto e mi prese, mi sollevò dalle grandi acque, [18]mi liberò da nemici potenti, da coloro che mi odiavano ed eran più forti di me.

(Salmo 18)

[5]Davanti a me tu prepari una mensa sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo. Il mio calice trabocca. (Salmo 23)

Invece i nullificatori sono quelli che si arrogano il diritto di annientare l’avversario. Pensiamo alle guerre, alle violenze di ogni tipo, alla criminalità, alle discriminazioni di cui tanto si parla, alla fame e alle malattie … Ma i notiziari nascondono parte della realtà, perciò parlano molto meno dell’aborto e dell’eutanasia, delle perversioni, delle ingiustizie e delle ruberie compiute da tanti Stati, anche quelli che ci sembrano più evoluti. Come? Per esempio per mezzo dell’economia distorta e indifferente al destino della concorrenza, delle tasse esagerale e inique, o del predominio dei partiti sui cittadini, o dei crimini commessi nell’ombra dai servizi segreti, e anche con i ricatti, con le menzogne e le false promesse. Non sono lontani i nullificatori, abitano nell’appartamento accanto, li salutiamo tutti i giorni, forse. Ma confessiamolo, a volte siamo proprio noi, noi stessi! Quante volte vorremmo nel nostro intimo eliminare qualcuno che non sopportiamo, che c’inganna, ci deruba, ci offende o non ci considera affatto? Anzi, chissà … guardando nella nostra anima, siamo sicuri di non aver mai pregato Dio per ottenere la severa punizione dei nostri nemici, o addirittura il loro annientamento? In definitiva, possiamo concludere che i nullificatori sono molti di più di quanto sembri, e forse quasi tutti noi abbiamo desiderato, almeno una volta nella vita, l’eliminazione di coloro che ci fanno soffrire. Dobbiamo assolutamente essere consapevoli che un desiderio simile è veramente orribile, una perversione distruttiva che si colloca all’opposto dell’insegnamento cristiano, il cui cuore è la forza creatrice e salvatrice dell’Amore infinito. Il re Davide è un triste esempio di nullificatore, quando prima invita nella reggia Betsabea accecato dalla sua bellezza, poi, saputo che aspetta un figlio da lui, tenta senza successo di mascherare l’adulterio, e infine provoca l’uccisione del marito della sua amante così da poterla poi sposare (secondo libro di Samuele, cap. 11).

Ora passiamo al secondo tipo di nullificatori. A volte alcuni cadono nel vortice dei sensi di colpa, si sentono inutili, oppure schiacciati dalle responsabilità, o temono le malattie gravi, o non sopportano il dolore che può essere non solo fisico, o provano un senso di smarrimento indeterminato e impalpabile, eppure capace di sconvolgere la loro vita … I motivi sono tanti, come tanti sono i motivi dei nullificatori visti prima, ma la conclusione resta la stessa: sostituirsi a Dio nel giudicare chi è da condannare, da emarginare, da eliminare. Solo che loro rivolgono la distruzione contro se stessi. Credo che il loro numero sia inferiore, ma esistono certamente, e la loro colpa non è inferiore agli altri. Dio ha voluto la realizzazione nel bene di ognuno di noi, e nessuno deve calpestare le Sue creature, ma nemmeno le creature possono calpestarsi da sole! Dobbiamo sì imparare che siamo nulla davanti a Lui, e certamente rigettare i nostri peccati e fare penitenza chiedendo perdono, e cambiare la nostra vita. Ma soltanto perché questa è la volontà Sua, perché questa è la rivelazione biblica capace di orientare i nostri occhi verso terra come fece Abramo sull’Oreb, sentendosi indegno di guardare Dio. Tutto è finalizzato comunque e sempre a renderci capaci, nell’umiltà più genuina, a salire quei gradini di santità che ci conducono in cielo, e in ogni passo dovremo sentirci sempre più indegni, più stupiti di essere stati salvati noi, che non lo meritiamo. E tuttavia Dio  rapisce la nostra nullità e la eleva fino al Regno celeste, che miracolo, che mistero grande! Nullificati da Dio per giungere a Dio, ecco chi dobbiamo essere e chi siamo. L’annullamento che nasce dall’uomo non serve a niente ed è illusorio, quello che nasce per grazia di Dio ci illumina e, nelle tenebre di questa vita spesso meschina, paradossalmente ci consola e ci dona la vera pace.

La Chiesa, popolo dei nullificati. Abbiamo detto che siamo nullificati dalla grazia di Dio e che dobbiamo vivere alla luce di Dio affinché un giorno, se Lui lo vorrà, possiamo indegnamente venire ammessi al Suo banchetto in Paradiso. Però non da soli! Gesù ha costituito la Chiesa ed essa non è certo una sovrapposizione alla nostra individualità, quasi un contenitore decorativo e celebrativo della totalità dei credenti. La sua natura misteriosa nasce dall’amore del nostro comune Salvatore, che conoscendo la nostra limitatezza umana ha lasciato ai battezzati e al mondo intero una guida, una fonte di verità, una speranza e un esempio di giustizia e di pace, di misericordia e di profondità teologica, di liturgia e di spiritualità, di preghiera e di ascetismo, di conforto ai malati e di elevazione dei poveri, contro le eresie e l’immoralità, l’egoismo e la rassegnazione, lo smarrimento della vera via e il dubbio corrosivo che tutto ridurrebbe in polvere, se non ci fosse lei. Così i nullificati hanno l’ovile che li custodisce, il pascolo che li sazia, la fonte che li disseta. E quell’ovile siamo noi, che ci aiutiamo l’un l’altro, e nello stesso tempo non siamo noi, ma lo stesso corpo di Cristo insieme all’opera sotterranea e inesauribile dello Spirito santo, secondo il volere del Padre. Insomma lo stesso Dio, uno e trino, vivifica la Chiesa, ma ciò può avvenire soltanto se noi cristiani ci riconosciamo nulla davanti a Lui.

Tutti uguali perché tutti nullificati. La consapevolezza del proprio niente ci rende uguali, nel senso che ci dimostra quanto le nostre differenze si annientino davanti all’infinità di Dio. Se uno sta su una montagna alta mille metri, e guarda in basso, nemmeno riesce a distinguere gli adulti dai bambini. Le loro differenti altezze e proporzioni sono praticamente annullate dalla grande distanza. Dio addirittura è infinito! Che senso ha, davanti a Lui, una maggiore intelligenza, o ricchezza materiale, o bellezza, o forza fisica, o capacità artistica, o istruzione, o coraggio, o santità? Con questo non voglio dire che chi opera il male non è diverso da chi opera il bene, ma che qualunque cosa facciamo nella nostra vita, non potremo mai sottrarre, o aggiungere, nemmeno una briciola all’infinita maestà di nostro Signore. Se tutti guardiamo in alto il cielo e consideriamo la distanza che ci separa da esso, e poi volgiamo lo sguardo agli esseri umani che conosciamo, nostri compagni di viaggio in questa vita, siamo più disposti a “ridimensionare” i loro peccati come i nostri, e a valutare con distacco i tanti affanni che ci opprimono inutilmente. Dio sarà tutto in tutti e noi fin da ora dobbiamo prepararci all’incontro con Lui in tutta umiltà. Amen.

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Un anno insieme

Esattamente il 31 dicembre 2012ho iniziato questo blog. L’ho fatto per esprimere anch’io, come avevo letto da un’altra persona, le mie considerazioni religiose. Quest’altra persona era, ed è, una donna veramente da elogiare per la profondità e insieme per la semplicità della sua vita spirituale. Un blog ricco di preghiere, di riflessioni, di ardente desiderio di vivere unita a Dio, alla Madonna, ai Santi. Mi permetto di segnalarlo: http://unacattolicapraticante.myblog.it/

Tornando a me, confesso di aver dedicato poco tempo a questo blog, e mi dispiace. Ma si fanno tante cose nella vita, e soprattutto in me è mancata la tensione spirituale, necessaria per dare spazio a Dio, alla sua rivelazione, alla sua opera di salvezza in ognuno di noi. Ho dedicato il mio tempo ad altro, ma quest’altro non ha riempito la mia esistenza. Ovviamente avrò fatto anche cose utili e buone, eppure mi sento insoddisfatto di me stesso.

Ben oltre la nostra umanità, però, oggi, come l’ultimo giorno dell’anno passato, resta l’opera di Colui che ci ama. Per questo anche oggi come un anno fa voglio recitare il Te deum, che ora riporto in italiano e in latino, per ringraziare nostro Signore. Ricordiamo i dieci lebbrosi guariti, e l’unico che è tornato indietro, un samaritano, a ringraziare Gesù, e il suo rimprovero verso gli altri nove che, chissà perché, non avevano sentito il bisogno d’inginocchiarsi davanti al Figlio di Dio. Credo che sia più comodo ricevere che dare, perfino se si riceve un miracolo strepitoso. Miseria umana! Ognuno di noi, senza alcuna eccezione, ha il dovere e insieme la gioia di rendere lode a Dio per l’anno che sta volgendo al termine. Altro che festa di Capodanno, brindisi, scorpacciate di vario genere, falò dell’anno vecchio e cose anche peggiori!

TE DEUM

Noi ti lodiamo, Dio * ti proclamiamo  Signore. O eterno Padre, * tutta la terra ti adora.

A te cantano gli angeli * e tutte le potenze dei cieli: Santo, Santo, Santo * il Signore Dio dell’universo.

I cieli e la terra * sono pieni della tua gloria. Ti acclama il coro degli apostoli * e la candida schiera dei martiri;

le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; * la santa Chiesa proclama la tua gloria, adora il tuo unico figlio, * e lo Spirito Santo Paraclito.

O Cristo, re della gloria, * eterno Figlio del Padre, tu nascesti dalla Vergine Madre * per la salvezza dell’uomo.

Vincitore della morte, * hai aperto ai credenti il regno dei cieli. Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. * Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

Soccorri i tuoi figli, Signore, * che hai redento col tuo sangue prezioso. Accoglici nella tua gloria * nell’assemblea dei santi.

Salva il tuo popolo, Signore, * guida e proteggi i tuoi figli. Ogni giorno ti benediciamo, * lodiamo il tuo nome per sempre.

Degnati oggi, Signore, * di custodirci senza peccato. Sia sempre con noi la tua misericordia: * in te abbiamo sperato.

Pietà di noi, Signore, * pietà di noi. Tu sei la nostra speranza, * non saremo confusi in eterno.

TE  DEUM

Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur. Te ætérnum Patrem, * omnis terra venerátur. Tibi omnes ángeli, * tibi cæli et univérsæ potestátes: tibi chérubim et séraphim * incessábili voce proclamant:

Sanctus, * Sanctus, * Sanctus * Dóminus Deus Sábaoth. Pleni sunt cæli et terra * maiestátis glóriæ tuae. Te gloriósus * Apostolórum chorus, te prophetárum * laudábilis númerus, te mártyrum candidátus * laudat exércitus. Te per orbem terrárum * sancta confitétur Ecclésia, Patrem * imménsæ maiestátis; venerándum tuum verum * et únicum Fílium; Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.

Tu rex glóriæ, * Christe. Tu Patris * sempitérnus es Filius. Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, * non horruísti Virginis úterum. Tu, devícto mortis acúleo, * aperuísti credéntibus regna cælórum. Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris. Iudex créderis * esse ventúrus. Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, * quos pretióso sánguine redemísti. ætérna fac cum sanctis tuis * in glória numerári.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine, * et bénedic hereditáti tuæ. Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum. Per síngulos dies * benedícimus te;

et laudámus nomen tuum in sæculum, * et in sæculum sæculi. Dignáre, Dómine, die isto * sine peccáto nos custodíre. Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri. Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, * quemádmodum sperávimus in te. In te, Dómine, sperávi: * non confúndar in ætérnum.

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Natale

Come non meditare su una solennità tanto importante? Ma che cosa dire di nuovo o di più profondo, dopo duemila anni di meravigliosi maestri di teologia, Sacre Scritture, morale, pastorale, arte, ascesi, lotta alle eresie, addirittura martirio?

Eppure in ogni tempo, anzi in ogni giorno delle nostre vite, Dio ci chiama a dare il nostro contributo di comprensione, di testimonianza, di fede, di amore verso Gesù, innanzitutto, e poi a distanza infinita verso Maria e tutti gli angeli e i Santi di Dio. Penso ad un contributo anche silenzioso, nell’intimo della nostra coscienza, ad uno scalino piccolo quanto si vuole ma che ci fa salire verso il Cielo. Oppure ad una testimonianza anche gridata, a volte, o a un richiamo deciso alle nostre responsabilità di cristiani e contro gli annacquamenti della vita spirituale in questa civiltà tanto distratta.

Forse non c’è momento dell’anno in cui siamo distratti dalle cose sacre più che nel periodo natalizio. Come mai? Certo, gli studenti non vanno a scuola e vogliono divertirsi. Certo, c’è la “coincidenza” della fine dell’anno, dei ponti lavorativi, dei regali da fare a bambini e adulti, ci sono gli auguri, i cenoni, i pranzi, le tradizioni, i dolci. Riceviamo la tredicesima proprio per spenderla, dopotutto. Guai se non fosse così, ne andrebbe di mezzo l’economia nazionale! E non dimentichiamo Babbo Natale e la Befana, i nostri inseparabili compagni di viaggio che ancora mi fanno tanta tenerezza. Loro vivono ed esistono in noi, e se li accogliamo nel nostro cuore potranno risvegliare il lato positivo nascosto in ogni essere umano. Anche i canti natalizi, e ancor più le opere d’arte, ci introducono in vario modo al mistero di questi giorni. Sì, a patto che non soffochino la realtà incommensurabilmente più grande, quella che ci trascende tutti, quella divina.

Le cose da fare! Come potremo mai liberarci da questa piaga? I nostri improcrastinabili impegni strangolano la nostra anima, non ce ne accorgiamo? Dio ha parlato e vuole essere ascoltato, ma noi ascoltiamo film e cartoni animati, canzoni e pubblicità, fiction e notizie di ogni genere. E parliamo e vogliamo noi essere ascoltati, programmiamo le nostre ore, viaggiamo, telefoniamo, facciamo la spesa, usiamo internet e commentiamo le cose futili di questo mondo, e giochiamo a tombola e gustiamo tante cose buone, e sorridiamo quando ci fanno gli auguri, ed approfittiamo di questi giorni per girare nei centri commerciali, quasi che lì venga distribuita la felicità … Chi apre la Bibbia in questi giorni? Chi prega? Oggi è l’ultimo dell’anno, e chi ringrazia Dio? Piuttosto restiamo insoddisfatti dell’anno che finisce, come tutti gli anni.

Ritroviamo la strada della saggezza, dell’attesa, dell’ascolto, della meraviglia davanti alla volontà di Dio che duemila anni fa ha deciso di non lasciarci soli a percorrere la nostra vita, ci ha voluto difendere dal male, ci ha insegnato l’amore infinito nella persona del Bambino che nasce. Grazie Dio Padre, grazie Dio Figlio, grazie Dio Spirito Santo. E infinitamente dopo, grazie a Maria sua Madre per aver accettato la volontà di Dio, e a San Giuseppe per aver cooperato a quella stessa volontà di salvezza che si estende a tutti noi, a duemila anni di distanza.

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Società malata di audio, foto e video.

Un titolo assurdo questa volta, non vi pare? Come lamentarsi di quanto la tecnologia ci permette di fare, oggi, mentre fino a pochi decenni fa … Vogliamo fare l’elenco? Tutti hanno i cellulari, anzi gli smartphone, anzi i tablet, anzi i portatili, anzi internet, anzi la parabola. Tutti possiamo fare e disfare l’audio, registrare, dialogare, fotografare e manipolare le foto, riprendere con facilità incredibile video e poi chattare, postare, comunicare … Cosa? Perché? Per quale motivo, per quale fine? Dove vogliamo arrivare attraverso la straripante orgia di suoni, colori, immagini sbattute in faccia, video di ogni genere mescolando ininterrottamente frammenti di  vita vera con artifici, stranezze fatte passare per arte, e anche molto peggio, alimentando il male che cova in ognuno di noi? A che serve il cosiddetto progresso, a farci regredire a livello animale? Che bel risultato!

Intendiamoci, sono colpevole anch’io, forse anzi probabilmente più di voi che mi leggete. E proprio perché ho subìto il fascino perverso del male, che ha messo a nudo la mia debolezza, ora mi ribello davanti a voi. Oh, non si tratta di rifiutare i cellulari, o i satelliti per telecomunicazioni, o i computer. Bisogna, proprio come mille anni fa, rifiutare il male, le illusioni di bene, il circolo delle cosiddette amicizie, in verità solo falsi incontri casuali e virtuali, che  ubbidiscono alla legge non scritta della società malata: la superficialità e lo sberleffo, figli del disordine interiore e della noia. Non possiamo ridurci così!

Nel grande minestrone della cosiddetta informazione libera e del libero pensiero, inutile dirlo, c’è di tutto e di più. Sappiamo quanti ragazzini e ragazzine sono caduti come pesci innocenti nella “rete” e pensiamo a pornografia, estremismi di ogni tipo, volgarità, offese e calunnie senza freno nè controllo. Sì, ma non è solo questo il problema. Esiste anche un limite fisiologico per il nostro cervello, che quando è bombardato come ora da centinaia di notizie più o meno futili o difficili da controllare, semplicemente si abitua a seguire distrattamente qualche parola e a non approfondire nulla, accontentandosi dell’approssimazione. Ma c’è altro. Molto importante, anzi terrificante, a me sembra il “negativo” dell’informazione. Adesso mi spiego, non voglio dire ora che l’informazione è negativa, a volte, perchè smodata, non rispettosa delle persone, faziosa, opportunista, incatenata da interessi spesso innominabili dietro la facciata della falsa libertà. Tutto vero, ma voglio metterne in evidenza un altro aspetto, orribile, paragonandolo al negativo delle fotografie. Crediamo di sapere di più perché vediamo di più? Lo credono in tanti, purtroppo.

Consideriamo il rovescio della medaglia, pensiamo per un attimo a chi non vediamo, non ascoltiamo, a chi non viene intervistato, non compare sui giornali, alla televisione, su internet … Questi miliardi di persone come noi, semplicemente per questa società non esistono! Non pensano, non comunicano messaggi, non vengono ammirati per il loro corpo o per il loro canto, nè odiati per la loro idea politica o religiosa, di loro non parla nessuno, microfoni e telecamere sono impegnati altrove, non commettono crimini e non hanno virtù, non hanno nome, volto, sesso, storia, vita … Ma si dirà: anzi è vero il contrario, fra giovani soprattutto si possono conoscere coetanei di ogni parte del mondo, come mai era avvenuto prima. Infatti, questa è la nostra illusione: la felicità dipende dalla quantità e non dalla qualità.

Occorrono anni e anni per costruire una vera amicizia, o un vero amore. Che noia! Meglio vivere alla giornata e prendere, anzi afferrare al volo quello che capita, giorno per giorno. E si sta bene in gruppo, vero? Più libertà di fare confusione, più superficialità e meno problemi, facile trovare chi fra tanti si sente “disinibito” e soddisferà i nostri istinti, e se necessario si può avere un aiuto a raggiungere la libertà: altoparlanti al massimo, luci psichedeliche, tifo allo stadio, alcol, droga … Se questo fosse vivere, il nostro destino umano sarebbe tremendo e senza speranza, perchè inutile e vuoto.

Ora io non mi sento di fare le solite affermazioni moralistiche, sono superflue e le sentiamo dovunque, inoltre sono sottintese nelle mie parole. Vorrei suggerire solo a me stesso e a voi di riflettere, e basta. Anzi devo rivelarvi un mio pensiero che troverete molto discutibile, ma che ho dentro e di cui sono convinto. Penso che i famosi “geni” degli apparecchi e di programmi di ogni genere, capaci di farci stare in contatto virtuale con tantissimi “amici”, e anzi tornando indietro i “creatori” di internet o dei più mirabolanti trucchi nei videogiochi e negli effetti speciali, ad esempio, abbiano dimenticato il limite umano. Sì, confessiamolo una buona volta, siamo limitati! Non possiamo incamerare a dismisura informazioni, giochi, emozioni, divertimenti, piaceri, conoscenze, chat, musica, foto, video … Questa società è malata perché è andata oltre la capacità umana di gestire tutto il chiasso che lei stessa genera. Non ce la facciamo ad andare a questa velocità, siamo in una giostra di un parco divertimenti che ci affanna, ci illude, ci logora, ci disorienta fisicamente, psichicamente, spiritualmente, moralmente. Dobbiamo andare più piano e avere tempo, serenità, pace e così torneremo a gustare la nostra cara vera vita, quella intima in noi che ci identifica come creature umane, ciò che nonostante tutto dobbiamo continuare ad essere davvero. Lasciatemi dire che è questo il mio augurio, a me stesso e a voi.

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Breve considerazione.

Poco fa, davanti alla televisione … Rifiutavo dentro di me il programma, altrimenti come potrei spiegare l’intuizione che adesso sto cercando di esprimere? Se fossi stato attento a ciò che trasmettevano, la mia mente non avrebbe pensato al passato lontano.

Una semplicissima domanda, che forse molti si pongono: ho sposato la donna giusta? Detto così, il dilemma potrebbe sembrare una cattiveria, una forma di disprezzo verso la propria moglie, il sintomo della più squallida arroganza maschile. No, questa vorrebbe essere una serena considerazione basata sul fatto che non siamo infallibili, e che quindi potremmo aver sbagliato donna. Se avessimo sposato un’altra donna, che cosa sarebbe accaduto? E soprattutto, visto che questa è una raccolta di riflessioni cristiane, qual’era la volontà di Dio su di noi? L’abbiamo interpretata bene, oppure siamo rimasti sordi chiudendoci nella passione, o nella convenienza, o nella pigrizia che non ci ha fatto cercare ancora, o al contrario nella fretta di allontanarci in passato da chi invece ci avrebbe fatto felici? Naturalmente le donne possono anche loro riflettere in modo simmetrico, ricordando i ragazzi che per un motivo o per l’altro, a torto o a ragione, hanno conosciuto e forse amato, ma non sposato.

Insomma, per farla breve, l’intuizione è quella di andare al di là dei dubbi e delle incertezze. Crediamo che sia essenziale sapere se abbiamo indovinato o sbagliato? Per quale motivo restiamo attaccati a questa domanda senza risposta, a una forma di nostalgia avvilente e vuota in un passato che non può certamente tornare? Se le strade di un ragazzo e di una ragazza si sono divise, questo è un fatto. I viaggi indietro nel tempo non sono consentiti, e se per assurdo lo fossero non cambierebbe nulla, perché in ogni caso resteremmo esseri umani. L’infallibiltà appartiene solo a Dio, ricordiamolo! Come possiamo sapere che con quella ragazza, non sposata, la nostra vita sarebbe stata migliore?

Che cos’è allora l’essenziale? Riuscire a sapere se ho fatto bene o male a sposare mia moglie, invece di un’altra donna, non lo è. Addirittura potrei aver sbagliato tutto, forse sarei dovuto diventare sacerdote, per esempio, ma nemmeno questo è importante. Quindi, che cosa ho pensato davanti alla televisione? Che al di là di rimpianti, amarezze, dubbi, errori, avvilimenti pur sempre rispettabili che costituiscono il tessuto della nostra esistenza, noi tutti uomini e donne dobbiamo guardare all’aiuto di nostro Signore. Insomma Dio ci ha amato e ci ama e ci amerà sempre e comunque, questo è l’essenziale! Se abbiamo male interpretato il Suo volere, o se invece l’abbiamo capito bene, che cosa importa in fondo? La divina provvidenza trova tante strade per guidarci verso il Paradiso, che è la nostra vera e definitiva meta perché lì saremo alla presenza di Dio. Chi si pone domande su scelte, comportamenti, felicità o infelicità mette se stesso al centro dell’attenzione e tutto riferisce al suo egocentrismo. Invece veramente dobbiamo aver consapevolezza, nel cuore e nella mente, di quanto Dio sia sempre, nel passato e nel presente e nel futuro, al centro della vita nostra e altrui. Lui ci aiuta comunque e in ogni situazione, per amore infinito e l’amore infinito trascende infinitamente ogni nostro eventuale errore o non errore. A Lui la lode ora e per sempre.

 

 

 

 

 

 

 

    

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Il banchetto di Dio.

Il banchetto celeste. Inadeguatezza del pensiero umano davanti alla Rivelazione di Gesù Cristo riguardo alla vita eterna. Meditazione su Vangelo Matteo 26,29 e prima lettera di Giovanni capitolo 3,2-3.  

Come accettare nell’ambito della comprensione umana la frase di Gesù “Io vi dico che da ora non berrò più di questo frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo con voi nel Regno del Padre mio.”? Come potremo far parte di un banchetto insieme al nostro Creatore e Signore in Paradiso? L’intelligenza e la coscienza morale di noi uomini e donne si oppone a questa promessa sconcertante, perché siamo peccatori! Ed è questo un pensiero in apparenza giusto e pieno di enorme significato: la consapevolezza dell’abisso infinito che ci separa da Dio, l’Essere infinitamente perfetto.

Ma poi la mente umana, anzi la natura umana tutta deve fare un altro passo, un passo indietro: riconoscere la propria inadeguatezza di valutazione di fronte ad una dimensione, quella divina, che la trascende. In altre parole, noi non possiamo avere il “punto di vista” di Dio, nemmeno per intuizione. E chi saremmo noi per mettere in dubbio le parole del Cristo? Non sappiamo come, ma nonostante sia una realtà per noi inconoscibile, è sicuro che Dio vuole sedersi accanto a ognuno di noi, ci aspetta al banchetto del Cielo! Una realtà che fa a pugni con la nostra stessa esperienza di ogni giorno e con la misera storia dell’umanità peccatrice, ma comunque vera. È un invito solenne rivolto ad ogni essere umano, una Parola detta una volta e valida per sempre, indipendentemente dai rinnegamenti umani, una promessa a cui Dio sarà sempre fedele perché la volontà sua è irrevocabile, una Rivelazione che ha il sigillo della Croce. Giustamente non la possiamo capire, ed infatti Dio ci chiede soltanto di crederla. E anche di amare il suo misterioso progetto di accoglierci in un mondo nuovo, nel suo mondo che ci attira giorno per giorno, se apriamo gli occhi e le orecchie a Lui.

Allora si fa strada in noi la speranza, nonostante i nostri peccati. La speranza di giungere davvero alla presenza di Dio, di vederlo in qualche modo, di essere riempiti dal Padre, dal Figlio, dallo Spirito Santo! Ecco: fede, speranza e carità sono le guide nel nostro viaggio, anzi pellegrinaggio terreno verso il Regno promesso.

Ma San Giovanni ci ricorda che “fin da ora siamo figli di Dio” quindi la trasformazione, anzi la trasfigurazione del cristiano inizia in questa vita. E continua: “ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo come egli è.” Restiamo stupefatti davanti alle parole “saremo simili a lui”. Forse San Giovanni ha esagerato? No, questa sarebbe un’eresia, in quanto il testo sacro, facente parte del Nuovo Testamento, non contiene pensieri umani ma la rivelazione di Dio stesso all’umanità. Quindi l’intelligenza nostra è obbligata a cedere il passo alla fede, una fede sconcertante e piena di una luce completamente nuova, che rimanda a una verità soprannaturale.
Saremo simili perché lo vedremo! La visione di Dio ci trasformerà? È quello il segreto della vita eterna? Sono altezze infinite, inarrivabili, insondabili.

Forse è saggio guardare quaggiù, al presente, per capire come comportarci nella nostra vita per raggiungere, anzi per essere raggiunti dall’amore di Dio. Dice la parola ispirata di San Giovanni, appena dopo la profezia “saremo simili a lui” mediante la sua visione beatifica: “Chiunque ha questa speranza in lui, purifica se stesso, come egli è puro”. Così una catena divina unisce il comandamento principale della carità che conduce al cielo, con la fede in quello che noi saremo nella vita eterna, e quindi con la speranza di divenire simili a Cristo, che ci porta qui in terra alla purificazione in modo da prepararci alla somiglianza con Dio: “purifica se stesso, come egli è puro”. Non riusciremo mai a purificare il nostro essere fino a raggiungere la purezza del nostro Creatore e Signore, naturalmente, ma possiamo e anzi dobbiamo andare nella direzione del rigetto dei peccati, accostarci al modello irraggiungibile di Gesù Cristo, protenderci verso il Sommo Bene privo della benché minima imperfezione. Sì, questo dobbiamo fare per dare significato ai nostri giorni!          

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Chi pensa è perduto? Al contrario!

Alla nascita, i bambini e le bambine hanno ognuno la propria identità, che certamente non è solo quella sessuale. Alcuni neonati sono più tranquilli, altri sono attirati dai colori, dai suoni, dal viso di chi si avvicina. C’è chi strilla in continuazione, chi con calma succhia il latte, chi non riesce a dormire e non fa dormire, e così via. Sembra che, osservando i piccoli nei primi giorni di vita, si possa stabilire nella grande maggioranza dei casi quale sarà il loro carattere da adulti.

Poi si cresce, si diventa grandi piano piano e ci sono alcuni più chiassosi, altri molto timidi, chi ha capacità di leader e chi di gregario, come si dice in psicologia. E ci sono attitudini alla matematica, alla letteratura, al disegno, al computer, alla musica, alla recitazione, al giornalismo, alla medicina …

Per alcuni genitori, purtroppo, ciò che conta è la velocità nell’apprendimento, o comunque nell’arte di arrangiarsi nella vita. Anche i compiti in classe, le interrogazioni, le selezioni di ogni tipo hanno come “parametro” fondamentale il tempo. Uno può anche essere un genio, ma se non risponde nel tempo stabilito viene considerato d’intelligenza inferiore alla media. Possibile che l’intuizione veloce sia tanto importante in questa società? Sì, perché la società produttiva, quella del lavoro e degli affari è fondata su questo, quindi emarginiamo tantissimi ottimi concittadini più lenti a comprendere, ma più capaci di approfondire i problemi e trovare le soluzioni, meno superficiali degli altri e anche meno soggetti agli schemi mentali convenzionali, che impoveriscono qualunque società. Gli esempi sono così tanti che non so da dove cominciare, se dalla politica, dal giornalismo, dall’Università o dai Manager dell’industria, dall’economia o dalla scienza. C’è una congiura di massa contro chi si ferma a pensare, ed anche se in qualche raro caso la gente stima un poeta, un filosofo, un pittore, uno psicologo, in realtà queste persone vengono quasi sempre emarginate.

Diremo quindi, associandoci all’opinione comune, che chi pensa è perduto? Davvero i pochi che si fermano a meditare sono un peso per la società? No, secondo me. Chi corre e agisce d’istinto, chi guadagna senza curarsi se sta schiacciando qualcun altro, chi si abbandona alle passioni egoistiche calpestando figli e coniuge in nome della sua libertà, chi tratta i propri dipendenti in modo disonesto, eludendo furbescamente ogni regola e legge, chi ama le cosiddette “trasgressioni” di ogni genere, chi semplicemente non si ferma a guardare una farfalla, un fiore, una foglia, un tramonto e nella vita ha in mente solo di arraffare quanto più possibile soldi, sesso, piaceri, prestigio, applausi, comodità … che vive a fare? Come può sentire pieni i suoi giorni, se fa di tutto per mantenerli desolatamente vuoti? Quindi, secondo me, chi non pensa e non riflette prima di agire, perde l’occasione di conoscere la propria vita, di dargli valore. E ricordiamo che la nostra vita è una sola.

Esaltiamo e ammiriamo chi cerca di entrare nel mistero della vita, chi decide dopo aver pensato, alla luce di sani principi morali, e non accetta la schiavitù dell’istinto egoistico, quello delle bestie. Chi medita sui vari momenti della vita propria e altrui, s’incammina verso la verità, e la verità ci fa liberi.

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Cantata BWV 161 di J.S.Bach: “Vieni, dolce ora della morte”

Cantata BWV 161
Komm, du süße Todesstunde
Italian Translation
Cantata BWV 161 – Vieni, dolce ora della morte

Occasione: Sedicesima domenica dopo la Trinità

 

Original German Text

1

Aria A

Flauto traverso I/II, Continuo

Komm, du süße Todesstunde,
Da mein Geist
Honig speist
Aus des Löwen Munde;
Mache meinen Abschied süße,
Säume nicht,
Letztes Licht,
Dass ich meinen Heiland küsse.

2

Recitativo T

Continuo

 

Welt, deine Lust ist Last,
Dein Zucker ist mir als ein Gift verhasst,
Dein Freudenlicht
Ist mein Komete,
Und wo man deine Rosen bricht,
Sind Dornen ohne Zahl
Zu meiner Seele Qual.
Der blasse Tod ist meine Morgenröte,
Mit solcher geht mir auf die Sonne
Der Herrlichkeit und Himmelswonne. 
Drum seufz ich recht von Herzensgrunde 
Nur nach der letzten Todesstunde.
Ich habe Lust, bei Christo bald zu weiden, 
Ich habe Lust, von dieser Welt zu scheiden.

3

Aria T

Violino I/II, Viola, Continuo

Mein Verlangen
Ist, den Heiland zu umfangen
Und bei Christo bald zu sein.
Ob ich sterblich’ Asch und Erde
Durch den Tod zermalmet werde,
Wird der Seele reiner Schein
Dennoch gleich den Engeln prangen.

 

4

Recitativo A

Flauto traverso I/II, Violino I/II, Viola, Continuo

Der Schluss ist schon gemacht,
Welt, gute Nacht!
Und kann ich nur den Trost erwerben,
In Jesu Armen bald zu sterben:
Er ist mein sanfter Schlaf.
Das kühle Grab wird mich mit Rosen decken,
Bis Jesus mich wird auferwecken,
Bis er sein Schaf
Führt auf die süße Lebensweide,
Dass mich der Tod von ihm nicht scheide.
So brich herein, du froher Todestag,
So schlage doch, du letzter Stundenschlag!

 

5

Coro

Flauto traverso I/II, Violino I/II, Viola, Continuo

Wenn es meines Gottes Wille,
Wünsch ich, dass des Leibes Last
Heute noch die Erde fülle,
Und der Geist, des Leibes Gast,
Mit Unsterblichkeit sich kleide
In der süßen Himmelsfreude.
Jesu, komm und nimm mich fort!
Dieses sei mein letztes Wort.

 

6

Choral

Flauto traverso I/II, Violino I/II, Viola, Continuo

Der Leib zwar in der Erden
Von Würmen wird verzehrt,
Doch auferweckt soll werden,
Durch Christum schön verklärt,
Wird leuchten als die Sonne
Und leben ohne Not
In himml’scher Freud und Wonne.
Was schadt mir denn der Tod?

 

 

Italian Translation

1

Aria [Contralto]

 

Vieni, dolce ora della morte,
in cui il mio spirito
gusta il miele
dalla bocca del leone;
rendi dolce il mio addio,
senza tardare,
luce ultima,
per poter baciare il mio Salvatore.

2

Recitativo [Tenore]

 

 

Mondo, il tuo piacere è un fardello,
le tue dolcezze sono per me odiose 
come un veleno, la tua luce gioiosa
è la mia cometa,
e là dove si colgono le tue rose,
innumerevoli spine
tormentano la mia anima.
La pallida morte è la rosea aurora
in cui sorge per me un sole
di gloria e felicità celeste.
Sospiro dal profondo del cuore
per l’ora finale della morte.
Desidero ritrovarmi presto con Cristo,
desidero abbandonare questo mondo.

3

Aria [Tenore]

 

Il mio desiderio
è abbracciare il Salvatore
ed essere presto con Cristo.
Sebbene in polvere e cenere
mi ridurrà un giorno la morte,
il puro splendore della mia anima
brillerà come quello degli angeli.

 

4

Recitativo [Contralto]

 

La fine è già venuta,
buonanotte, mondo!
L’unico conforto che posso avere
è di morire tra le braccia di Gesù:
è il mio dolce sonno.
La fredda tomba sarà ricoperta di rose
finchè Gesù non verrà a svegliarmi,
finchè il suo gregge non sarà
condotto ai dolci pascoli della vita,
e la morte non mi separi più da lui.
Arriva dunque, gioioso giorno di morte,
suona dunque, ultima ora!

 

5

Coro [S, C, T, B]

 

Se è la volontà del mio Dio, 
desidero che il fardello del mio corpo
finisca nella nuda terra
e lo spirito, ospite del corpo,
si rivesta di immortalità
nella dolce gioia del paradiso.
Gesù, vieni a prendermi!
Che sia la mia ultima parola.

 

6

Corale [S, C, T, B]

 

Il corpo sottoterra
sarà consumato dai vermi,
ma dovrà risorgere
e da Cristo sarà trasfigurato,
splenderà come il sole
e vivrà senza pene
nella gioia e felicità celesti.
Che male può farmi allora la morte?

 

Traduzione: Emanuele Antonacci

Contributed by Emanuele Antonacci (November 2005)

 

 

 

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Giovedì Santo

Giovedì Santo, il giorno dell’amore di Dio. Gesù, uomo come noi, dimostra di essere diverso da tutti noi, nessuno escluso, perché si uniforma alla volontà del Padre, volontariamente ed in piena libertà, realizzando in sé una comunione perfetta fra la sua volontà umana e divina. Come Figlio di Dio è sempre in comunione col Padre, come uomo lo diventa pienamente il Giovedì Santo, nell’Orto degli Ulivi, quando definitivamente accetta di bere il tremendo calice della sua morte, conoscendo in anticipo le orribili sofferenze che avrebbe affrontato. Lì c’è stata l’ultima e decisiva tentazione, da parte di Satana. Perché morire sulla croce per un’umanità che l’avrebbe poi deriso, combattuto, rinnegato? Il destino degli uomini e delle donne non sarebbe cambiato. Erano inclini al peccato fin dal peccato originale, e lo sarebbero stati anche dopo la croce. La ribellione a Dio avrebbe suscitato sempre più fascino, nell’animo umano, dell’ubbidienza a Lui. È vero, la storia umana l’avrebbe confermato. Perfino nelle società dove il Vangelo è stato predicato e assimilato da millenni, oltre al persistere di elementi pagani come le superstizioni, sopravvivono vecchie idolatrie e ne nascono di nuove. Su tutto domina l’egoismo umano, la superbia della creatura che tenta pazzamente di emanciparsi dal Creatore, e forte della libertà donata proprio da Dio la usa per darsi regole contrarie alla Sua volontà. Sì, una società senza Dio, una strada per la felicità diversa ed opposta alla Sua. Nascono e si sviluppano dittature che, come nella Rivoluzione Francese e dopo prendendo spunto da essa, impongono una lacerazione nell’intimo dell’anima umana. I dittatori, nella loro società, non vogliono uomini e donne consapevoli e liberi, ma esclusivamente servi e schiavi. Perciò manovrano le menti con la propaganda, falsificano la verità per aver sempre ragione, distruggono le famiglie, le scuole, i giornali  liberi e chiunque si oppone a loro. Soprattutto sono sempre nemici della Chiesa, perché la Chiesa porta Cristo fra gli uomini e le donne, che nella verità e nell’amore del Vangelo trovano la forza per rifiutare le idolatrie insite in ogni dittatura. Ma quanti sono sconfitti, quanti uccisi, quanti restano irretiti dalla persuasione occulta o palese, e si perdono nella follia generata dai dittatori, ma istigata dal Tentatore? E a tutte queste forze immani Gesù vuole opporsi con il suo sangue sparso in terra, con le piaghe per le frustate, con i fori nelle mani e nei piedi? Che forza può essere mai questa? Ma oggi è Giovedì Santo, il giorno dell’amore. Sì, compirà tutto domani, ma ciò che conta è sempre l’intenzione. Il Figlio dell’Uomo proprio oggi prende la decisione irrevocabile, che nella tragica notte non avrebbe più messo in discussione. La prende dopo la preghiera, la tentazione di cui ho parlato prima, l’assoluta  solitudine in seguito all’abbandono degli apostoli. La prende e il Padre gli darà la forza necessaria, anche se al tempo stesso  tratterà il Figlio da peccatore e gli chiederà di espiare tutti i nostri peccati. La forza della Croce! Salverà anche me, insieme agli uomini e alle donne di questo secolo, come dei passati e dei futuri. Basterà che volgiamo lo sguardo a Lui, basterà la nostra intenzione di abbandonarci a Lui. Il resto lo compirà il Salvatore.
22.54 09/04/2009  

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